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venerdì, 09 dicembre 2005

IL DIY

Siamo giunti al quarto atto della rubrica:cenni di storia del costume (era ora!).
Qui vi racconterò in modo piuttosto lungo (leggetelo quando avete tempo)il movimento del diy.Un tema che è molto legato al costume e che per molti è diventato un vero e proprio stile di vita.
Non si ha una precisa idea di cosa sia il diy (o più che altro la cultura di questo) e spesso, molti lo criticano, lo paragonano ad altri fenomeni modaioli e quindi più popolarmente diffusi.Ma il movimento diy ha radici profondissime e ancora più profondi, sono stati i mutamenti e le altre correnti ideologiche in cui è sfociato.Per questo cercherò di parlare di quello che in fondo, è il fenomeno dell'autoproduzione e autogestione.

La sigla D.I.Y., significa "do it yourself" slogan inglese che si  traduce come "fallo da te". In Italia il termine "autoproduzione" rende l'idea di cosa voglia esprimere tale slogan.

Ruolo base per la cultura del DiY è l’autoproduzione di tutti i propri supporti culturali e informativi che furono da principio, soprattutto dischi, libri e fanzines.

L’autoproduzione è un concetto introdotto nei primissimi anni Ottanta dallo storico gruppo musicale anarchico e pacifista dei Crass (trovate assolutamente il manualino "Series of shock and slogans and Mindless Token Tantrums" accluso all'album Christ!). Questi  ebbero un effetto dirompente sulla scena punk di quel periodo, tanto che tuttora vengono ritenuti il più importante gruppo DiY punk mai esistito. 
Quando si parla di punk l’immagine comune è quella di giovani  dall’attitudine marcatamente nichilista, autolesionista e teppista. Questo era più o meno il quadro con il quale si confrontarono i Crass nei primissimi Ottanta. Tale è comunque l’immagine che tutt’oggi sopravvive negli ambienti estranei al DiY .
I Crass fondarono una propria etichetta musicale autogestita, la Crass Records, e cominciarono a diffondere i propri prodotti culturali (dischi ma anche libri) a prezzi molto vicini alle spese di produzione. Ciò permise la diffusione di un altro concetto molto importante nel DiY: il No Profit. Tutti i materiali culturali autoprodotti vengono venduti a prezzi bassi, che garantiscono comunque un piccolo profitto che viene reinvestito nella propria attività.

Ma l’autoproduzione non è solo un modo per livellare i prezzi di vendita ma, soprattutto, è il modo più efficace per mantenere la propria indipendenza dalle pressioni che le case discografiche fanno sugli artisti al fine di commercializzare la propria musica per poter avere un prodotto più vendibile.

Il desiderio di autonomia non si ferma alla semplice autoproduzione. Gli "eventi" inerenti alla cultura del DiY ruotano attorno a spazi dove non trovano posto promoter, organismi governativi, poliziotti e qualsiasi altra forma di controllo sulle proprie attività. La cultura del DiY è strettamente legata a tali luoghi dove vengono organizzate le proprie attività, siano esse un concerto, un rave una mostra culturale o una riunione/dibattito politico sociale.

Un esempio a me carissimo, di autoproduzione, autosostentamento e cultura nomade è quello dei Mutoid waste company, già presentati in un precedente post.Loro svilupparono anche il discorso del riciclaggio...ma questa è un'altra storia...

Essendo un movimento di ispirazione anarchica che rifiuta ogni tipo di gerarchia, il DiY osteggia tutte le forme di aggregazione a rappresentanza politica in particolar modo quelle totalitarie quali fascismo e comunismo. Nazionalismo, xenofobia, largo uso di violenza e forme repressive, fanno dei fascisti dei nemici di prim’ordine.

Il DiY è un movimento fortemente anticapitalista che si esprime principalmente nella lotta alle multinazionali e al consumismo. Le multinazionali vengono viste come principali sfruttatrici delle risorse dell’ecosistema siano esse naturali, animali o umane. La globalizzazione viene vissuta come il tentativo di agevolare ulteriormente questa logica di sfruttamento oltre all’allargamento dei mercati sui quali poter smerciare i propri prodotti.

Il movimento è strutturato attorno a tematiche fortemente ecologiste e di stampo radicale. La difesa dell’ecosistema, segue percorsi e obiettivi variegati tutti volti al cercare, attraverso strategie di azione diretta, di lenire gli ingenti danni della vorace industrializzazione del mondo moderno. I diritti animali sono un elemento molto importante: prevale una dieta di tipo vegetariano o vegano come primo passo per ribellarsi al genocidio animale. L’attenzione viene rivolta anche ad altre forme di sfruttamento animale come i laboratori di vivisezione. Non solo gli animali sono al centro dell’attenzione ma l’ecosistema tutto. Sabotaggi, boicottaggi, volantinaggi e via dicendo sono alcune delle pratiche usate dall’azione diretta.

Azione diretta, vita nomade, occupazioni, autoproduzioni sono tutti tentativi concreti di riorganizzare la propria vita nonché di riappropriarsi di spazi e libertà, dettati dall’urgenza di un mondo che viene visto come sempre più minacciato in nome del potere, dello sfruttamento e del denaro. Un rifiuto radicale: Do It Yourself !

crass......
Il gruppo punk inglese Crass rappresenta il precedente storico più significativo per il movimento DiY. Il suo particolare modo di agire e autogestire le proprie espressioni culturali e musicali gettò le basi e l’esempio per la creazione e strutturazione di quella che col tempo si autodefinirà "cultura DIY". Quello che contraddistinse sin dal loro primo apparire i Crass fu l’essere un gruppo anarchico e pacifista, dedito ad un’ampia propaganda politico-sociale che nettamente si distingueva dall’attitudine marcatamente nichilista, violenta e superficiale dei gruppi punk di quel periodo.
Attratti in principio dai gruppi e dal movimento punk ben presto i Crass si resero conto di quanto le loro idee e il loro modo di agire fossero così distanti dalle loro e come il punk fosse chiaramente una semplice moda passeggera: "Quando, nel 1976, il vomito punk schizzò per la prima volta sulle pagine dei giornali con il messaggio do it yourself ("fatelo da soli") credettero ingenuamente che  Johnny Rotten, Joe Strummer e compagni intendessero lo stesso. Finalmente non erano più soli." Ben presto si resero conto che si trattava solamente di un'altra moda facile. L’allontanamento dei Crass dall’illusione punk ebbe un riscontro anche estetico dettato dall’esigenza di distinguersi da quella scomoda e superficiale moda: "Decisero di vestirsi di nero per protestare contro il pavoneggiarsi narcisistico della moda punk, iniziarono ad utilizzare video e filmati durante i loro spettacoli, si dedicarono alla stampa di volantini per spiegare le loro posizioni e pubblicarono un giornale "International anthem"

Con un simile approccio un altro gruppo, i Discharge, costituiranno il precedente più influente sul movimento grind/crust che più di ogni altro sarà meritorio della radicalizzazione degli ideali "crassiani" all’interno del DIY punk. I loro dischi si distinsero per le grafiche in bianco e nero riportanti immagini di guerra e distruzione con un occhio sempre critico nei confronti del sistema, della religione, del potere e ogni altra forma di oppressione. Anche il look cambia: prevale il nero su un abbigliamento notevolmente più trasandato, i capelli si fanno più lunghi e nelle loro rare foto, il gruppo rifiuta di farsi ritrarre e di fare attività promozionale.

In Europa cominciano a diffondersi le idee sul DiY e proprio in Italia si trova una scena estremamente politicizzata ispirata all’asse Crass/Discharge e molto legata ai posti occupati: gli squats.
L’Italia svilupperà un gran numero di situazioni antagoniste ed un particolare suono: l’hardcore/punk italiano, spesso cantato in lingua madre, rimarrà leggendario sino ai giorni nostri. Sono infatti moltissime le fanzines di tutto il mondo che usano l’hc italiano come definizione di genere.

In America invece...
Teen Idles sono probabilmente il primo gruppo abbastanza conosciuto a chiamarsi straight edge e a promuovere l’idea di uno stile di vita vigile e sobrio all’interno dell’allora decadente scena punk. Oltretutto, in modo da distanziarsi da quei gruppi che, considerati venduti e modaioli, caratterizzavano la nuova ondata punk, inventarono il termine HARDCORE. Hardcore significa appunto i più estremi fra i punks. Non poseurs o modaioli ma ragazzi veramente dedicati ad una scena.
La necessità di dissociarsi dall’attitudine nichilista e autolesionista del punk comunemente inteso (spesso causa di problemi ai concerti e non solo) darà luce ad una particolare forma di hc: lo straight edge. Termine nato dall’omonima canzone del gruppo Minor Threat
. L’ideologia straight edge propone il non uso di bevande alcoliche, sigarette e droghe arricchendosi col tempo di istanze ecologiste e soprattutto vegetariane / vegane. 
Anche il look hardcore risulta meno influenzato dalla moda punk. L’esigenza di distinguersi si affaccia anche esteticamente: scompaiono quasi totalmente le creste e i forti colori, in favore di un abbigliamento più sobrio. Diventano comuni i capelli rasati (soprattutto in ambito straight edge), felpe e pantaloni abbastanza larghi. Questa tendenza ad un abbigliamento più comodo è anche da ricercarsi nel fatto che molti hc kids erano anche soliti andare in skate board.
Dall'80 al 88', lo straight edge divenne un fenomeno abbastanza ampio e diffuso, i cui gruppi passarono a grosse etichette, divenendo presto sempre più intollerante e discriminatorio.Presero piede delle nuove influenze violente e ci fu il definitivo distacco  dalla cultura Diy.
Contemporaneamente, ci furono ovviamente altri movimenti, altre scene e successive diramazioni.Fino a giungere ad oggi.Ma queste sono senz'altro le fondamenta di tutto il ribollio del diy.

Questo è più o meno il sunto delle radici del diy e di quello che esso generò...
Il concetto di autogestione smette di essere una semplice pratica alternativa.
Si tratta quindi del cosciente tentativo e impegno di dare coerenza alle proprie idee nell’insoddisfazione che deriva da una semplice formulazione teorica. Lo slogan per il quale "una singola azione vale più di mille parole" rende piuttosto chiaramente qual'è la posizione di un movimento che, stanco di un modo di fare, decide di affrontare direttamente le problematiche insite nell’odierna società.
La cultura DiY e i suoi attivisti riconoscono valenza e credibilità a determinati individui proprio in virtù del fatto che essi vivono le proprie idee anziché limitarsi ad assumere un ruolo di semplici predicatori e didattici della teoria.Un vero e proprio stile di vita, un processo mentale ed evolutivo.Un motto per attivarsi.Meno chiacchiere e più fatti!
Do it yourself!!!

Un grazie particolare alla tesi di laurea che trovate qui.Un lavoro bellissimo dove ho preso molte delle informazioni e che vi consiglio vivamente di leggere.Molti aspetti del diy e delle parallele ideologie, sono  importanti da conoscere. Sono riportati in modo approfondito e fanno capire ancora meglio tutti gli aspetti di questo movimento.

 

postato da: siskatank alle ore 16:09 | link | commenti (7)
categorie: fenomeni di costume
giovedì, 30 giugno 2005

BIKINI

Ecco una altra puntata della serie dedicata ai fenomeni e alla storia del costume.Sarà il clima torrido che mi ha ispirato questo post sulla nascita del

BIKINI

Comparso per la prima volta durante il periodo imperiale romano (I-II secolo d.C.), il bikini, "non serviva in origine per nuotare, perché all'epoca si nuotava nudi. Né serviva per prendere il sole in spiaggia, pratica diventata abituale parecchi secoli dopo. A quanto pare il bikini era utilizzato soprattutto per l'atletica, la danza e nelle scuole di ginnastica".

Ad ogni modo, per la concezione moderna di tale indumento bisogna aspettare il 1946 quando, in Francia, lo stilista Louis Réard presenta in una collezione di costumi da bagno un modello che è l'antesignano, il prototipo di ciò che conosciamo noi oggi. Modello rinominato, tanto per dare un'idea dell'effetto (desiderato) che l'indumento poteva suscitare, nientemeno che "atome".

Ma proprio in quell'anno, gli Stati Uniti fecero esplodere nel Pacifico, su un atollo della Micronesia, Bikini per l'appunto, la bomba all'idrogeno.Poiché, ovviamente su piani diversi, questo evento fece tanto scalpore quanto l'introduzione del nuovo costume, gli stilisti ribattezzarono l'ormai celebre capo d'abbigliamento con lo stesso nome dell'atollo.

La storia del due pezzi comincia nel Dopoguerra. Ed è indissolubilmente legata ad alcuni dei nomi più seduttivi della storia italiana e internazionale: le dive del cinema. Fu Lucia Bosè , nel 1947, a far conoscere agli italiani il brivido da bikini, dalla passerella di Miss Italia che la premiò con il titolo. Ma si trattava di un costume che oggi (certo non allora!) potremmo definire «da educanda»: lo slip, per esempio, copriva con attenzione l'ombelico. Ma i tabù sono fatti per essere sfidati. Era stata «La scandalosa Gilda», ovvero Rita Hayworth, l'anno precedente, a far cadere per prima il tabù ombelicale.
Scoppiò così la moda del bikini tra le donne dello spettacolo, «perfido» strumento di seduzione che però stentava a decollare tra le donne «normali»: tramontata l'epoca delle monarchie, la spiaggia era ormai un luogo aperto a tutti. Ma l'atteggiamento verso la nudità, cioè il comune senso del pudore, per quanto in evoluzione, viveva continui arretramenti. Presi di petto, è il caso di dirlo, dalle ragazze più libere che non temevano la riprovazione popolare (o delle autorità) indossando il bikini.

Furono quindi altre due vere bombe di fascino a portare il bikini in giro per il mondo: Brigitte Bardot, a metà degli anni Cinquanta, dalle spiagge mai così calde di Saint-Tropez, e Marilyn Monroe, che nel film «Niagara» riuscì nell'ardua impresa di togliere il fiato al mondo.

Marilyn Monroe lo adorava; eccola in posa nel 1950

1962: Ursula Andress e questo bikini - dal film ”Agente 007-Licenza di Uccidere” - passano alla storia

Ma ci volle un tocco «regale», ancora una volta, alla fine del decennio, per convincere tutti che il bikini poteva rientrare a buon titolo nei costumi occidentali: Margaret d'Inghilterra, figlia della regina Elisabetta, non si fece alcun scrupolo a farsi immortalare in due pezzi mentre sbarcava dallo yacht dell'Aga Khan a Porto Cervo. E se poteva permetterselo una nobile…

Da allora nessuna donna se la sentì di rinunciare a questo costume delle meraviglie. Ha conosciuto diverse evoluzioni in stile e forme e ha «resistito» all'assalto del topless, mera variazione sul tema: è un bikini senza parte superiore, ovvero un monokini.Tuttavia, il bikini è rimasto sostanzialmente invariato fino agli anni '70 del secolo scorso, quando il percorso della sua evoluzione ha conosciuto l'ultima variazione possibile (nudità integrale a parte): il tanga.

pagina pubblicitaria dei costumi da bagno Jantzen in fibra sintetica, 1948

postato da: siskatank alle ore 15:38 | link | commenti (4)
categorie: fenomeni di costume
giovedì, 17 febbraio 2005

FENOMENI DI COSTUME (atto secondo )

 

TEDDY BOYS E ROCKERS

Lo stile dell'abbigliamento da uomo cambiò notevolmente negli anni cinquanta, diventando meno formale quando camicia e cravatta furono sostituite dal maglione e quando divennero di moda gli abiti spezzati.
Nel 1950 l'edizione inglese di Vogue affermava che " c'è un nuovo formalismo, quasi edoardiano, nell'abbigliamento maschile a Londra.
I nuovi "edoardiani", nome con cui furono chiamati questi eleganti damerini, adottarono pantaloni a tubo, colletti bianchi alti e rigidi e gilet operati.
A partire dal 1954, però, il loro stile fu assunto con intento provocatorio ed ovviamente rielaborato in versione economica dai giovani teppisti noti come
TEDDY BOYS.
L'adolescente teenager prima degli anni cinquanta, non esiste.Non era ancora stata inventata una moda "per" gli adolescenti, e tanto meno un genere musicale fatto per loro.
I Teds erano coinvolti in attacchi razzisti e furtarelli e i loro abiti divennero sinonimo dei loro crimini:portavano i colletti rialzati oppure abbottonati, con cravatta a stringa, pantaloni aderenti e scarpe dalla suola spessa.Impomatavano i lunghi capelli di brillantina per pettinarli con un ciuffo spiovente sul viso e lunghi basettoni.
Giovani forse  pericolosi ma anche formidabili cosumatori:masticano chewingum, bevono coca cola, comprano caramelle, vestiti e cosmetici, motociclette e biglietti per il cinema.
Sebbene i teddy boys fossero soltanto una minoranza, rappresentavano un esempio significativo della crescente sicurezza ed indipendenza economica che nel corso degli anni 50 permise ai giovani di differenziarsi ed esprimersi anche attraverso l'abbigliamento.
Per la prima volta i teen-agers indossavano abiti diversi da quelli dei loro genitori dando vita a quello che doveva diventare il fenomeno della moda giovanile.
Comparvero
jeans, t-shirt e giubbotti di pelle.
Le ragazze indossavano pantaloni a tubo, ampi maglioni e scarpe di vernice.Per la sera, gonne a ruota e maglione dolce vita.
La grande novità dell'abbigliamento giovanile fu rappresentata appunto dai jeans.
Il denim era stato utilizzato per la prima volta da Levi-Strauss intorno alla metà dell'ottocento per realizzare pantaloni resistenti per i cercatori d'oro.
La grande richiesta di jeans da parte di uomini, donne e bambini, ma soprattutto dai giovani, esplose però negli anni cinquanta, quando
James Dean indossò questo tipo di pantaloni nel film "Gioventù Bruciata" ed Elvis Presley apparve con un completo in denim nel "Delinquente del rock'n'roll".


Colonna sonora dei nuovi teenagers è il rock'n'roll.Nel 1955 esce il film "blackboard Jungle" che lancia la canzone "rock around the clock, cantata da Billy Haley & the Comets.
Per gli adolescenti del tempo è una vera e propria rivelazione.Frutto di una fusione fra country e rhythm'blues, possiede un ritmo frenetico che si adatta bene alla nuova voglia di bruciare i tempi tipica della nuova generazione.
Nello stesso anno appaiono "Tuttifrutti" di Little Richard, "Blues suede shoes" di Carl Perkins, "Big balls of fire" di Jerry lee Lewis e "heartbreak Hotel" di un giovane
ROCKER di Menphis, Elvis Aaron Presley.
Con lui nasce un nuovo idolo, ancora più grande di Marlon Brando e di James Dean, perchè, oltre tutto, canta rock'n'roll!!
I ragazzi indossano giubbotto di pelle e un paio di "blue suede shoes" ( le scarpe in tela bicolori tipiche dei rocker ).Nasce il mito dei motori.I motociclisti americani, portavano ruvidi vestiti da operaio che potevano resistere a tutte le ore trascorse sul sellino della moto...

postato da: siskatank alle ore 16:59 | link | commenti (5)
categorie: fenomeni di costume
venerdì, 04 febbraio 2005

FENOMENI DI COSTUME (atto primo)

 

IL PUNK:

Lo stile punk nacque nel negozio di Malcom McLaren e Vivienne Westwood nel 1972 in King's Road 430 a Londra.Inizialmente il negozio si chiamava "Let it Rock" e vendeva completi neri con pantaloni attillati, l'uniforme ispirata ai Teddy boys, giovani ribelli degli anni 50' .

Nel 72' il negozio cambiò nome."Too young to live too fast to die", vendeva abiti ispirati al mito di James Dean.Nel 74' il nome diventa "SEX".

Il malessere sociale di cui soffrivano i giovani del tempo fu messo in evidenza da Malcom McLaren che chiese ad un cliente abituale del negozio, John Lydon se voleva unirsi al gruppo che dirigeva, i Sex Pistols.

La moda punk mirava a scioccare e sfidare il comune senso di bellezza e i comportamenti convenzionali.Sacchi della spazzatura, t-shirt strappate, pelle nera, fantasie leopardate, abbigliamento militare.Coordinavano soltanto quello che insieme non stava bene:teste da irochese rosse e verdi, catene da gabinetto, assorbenti e spille da balia come decorazioni.Svastiche, indumenti di pelle e disegni pornografici venivano ostentati nelle strade.I vestiti e le uniformi delle scuole venivano strappati, bucati e portati con un trucco e un'acconciatura molto aggressivi, come un insulto.

Malcom McLaren e Vivienne cominciarono, nel 75', a produrre indumenti di pelle e gomma e il negozio Sex divenne la mecca della gioventù punk.

I Sex Pistols non sapevano cantare ne suonare, ma il loro aspetto piaceva!In seguito Malcom McLaren confessò di aver fondato il gruppo solo per vendere più pantaloni...

Nel corso degli anni 70' l'abbigliamento punk divenne via via meno esasperato perdendo il suo carattere di contestazione e trasformandosi in un fatto sempre più commerciale, fino a confluire nel mercato della moda, come una delle tante espressioni del gusto.In Italia uno dei primi negozi di moda punk fu Fiorucci, aperto a Milano che vendeva abiti insoliti, in plastica e in colori fosforescenti.

Spille da balia e lamette furono venduti come accessori alla moda.I lucchetti e le catene entrarono nell'alta moda e divennero d'oro...

postato da: siskatank alle ore 15:30 | link | commenti (16)
categorie: fenomeni di costume